Quella sera di fine estate 84 e di fine campagna elettorale per le europee ero andato anch’io in Piazza della Frutta con tutti gli amici. Nessuno di noi era PCI - PCI. Anzi Padova era la città dei gruppi extra, degli autonomi, dei cani sciolti di varie estrazioni. Le tre piazze, Signori, Erbe e Frutta, avevano visto negli anni precedenti innumerevoli, durissimi, scontri per impedire i comizi di Almirante, Covelli ed altri fascisti (sì, si chiamavano ed erano fascisti).
Segnali forti per dimostrare che oltre alla borghesia reazionaria, nel petto della città batteva un cuore giovane, inquieto, capace di grandi pulsioni sociali che non potevano entrare nel perimetro della sinistra cosiddetta istituzionale.
Eppure in quella piazza quel 7 giugno 1984 c’era molta gente che non solo non aveva la tessera del PCI ma neppure forse lo votava. Ma Enrico Berlinguer era una calamita. Nonostante la discrezione e timidezza il suo magnetismo era legato all’autorevolezza che proviene dalle persone genuine e sincere.
Nessuno poteva dubitare che Berlinguer non credesse in ciò che diceva e non aveva alcun bisogno di rinforzare con invocazioni fideistiche le sue tesi.
Aveva dalla sua la chiarezza dei propositi ed anche quando gli scenari incerti di quella difficile fase della politica italiana non permettevano più dogmatismi, non si è mai abbandonato agli sterili appelli ai quali siamo oggi, purtroppo abituati.
Era questa la sua forza, pacata ma decisa, accompagnata da una integrità morale che gli permetteva di denunciare i pericoli della degenerazione che sarebbe seguita. Tangentopoli scoppiò nel 92 ma le origini risalgono al decennio precedente. Berlinguer e Craxi non si amavano. Né lo potevano tanto era distante la loro idea di pragmatismo. Il potere di Berlinguer, e ne aveva molto, gli veniva dalla forza delle idee, capaci di trascinare milioni di militanti a sostenere, gratis, il partito. Il potere di Craxi veniva dal conquistare e distribuire “spazi politici” che vuol dire incarichi, poltrone, appalti. In una parola: favori che bisognava ricambiare.
L’onda delle giunte rosse, il “sorpasso” della DC da parte dei partiti di sinistra, era stata guidata dal PC che poteva mettere in campo sindaci e amministratori capaci e onesti nell’anima.
Gratificati dal solo privilegio di servire, con una carica pubblica, la propria città.
I rarissimi episodi di malversazioni erano “politicamente” gestiti al secondo piano di Botteghe oscure.
Non c’era bisogno di magistrati per decidere se un politico era disonesto. Ci pensava il Partito e le sue spietate regole, non scritte, che espellevano chi poteva infangarne il nome.
Questo all’epoca di Berlinguer.
Poi le necessità della politica si sono fatte più pressanti. Il diminuito sostegno dei militanti, e la penuria di contributi dall’estero, hanno obbligato anche il PC/DS a mettere in campo le sue forze economiche.
Chissà cosa direbbe Berlinguer se qualcuno gli chiedesse il voto sulla TAV o sul Ponte sullo Stretto in cambio di una quota di appalti data alle Coop edilizie emiliane. O come tratterebbe i capi di UNIPOL che si sono accordati coi furbetti del quartierino per scalare, senza soldi (o meglio con i soldi dei soci della Coop) la BNL.
C’è da rimpiangere, davvero, la statura morale e la coerenza politica di Enrico Berlinguer che oggi sarebbe capace di demolire senza alcuna difficoltà l’inconsistenza umana e politica dell’attuale avversario dei suoi, per molti versi, indegni eredi.
giovedì 11 giugno 2009
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