giovedì 13 agosto 2009

Caro elettore di Berlusconi

sono molti anni che mi chiedo cosa ci sia, veramente, alla base del consenso ottenuto dal proprietario della Fininvest presso una così vasta e così diversa platea di elettori.
Con il tuo aiuto provo a darmi delle risposte.

Se tu sei un piccolo commerciante o un artigiano ti potrei capire. Le tasse che deve pagare chi sgobba dalla mattina alla sera con il lavoro delle sue mani sono davvero tante, troppe, e Berlusconi ha fatto benissimo, di fronte all'indifferenza della sinistra ed al cinismo di Visco, a fare appello a quelli come te per farvi sognare un futuro più sereno e meno tartassato.
E poi il suo chiaro messaggio sull'immoralità dell'eccessiva pressione fiscale è un bel corroborante sostegno alla tentazione di evadere.

Pure se sei un industriale ti capisco.
Berlusconi detesta, come te, i sindacati. Fosse per lui non esisterebbero. Una pacca sulle spalle e via. Così si fanno crescere le imprese forti e sane, si fidelizzano i collaboratori e si evitano inutili trattative che mortificano la voglia di fare.
Poi Berlusconi ti ha insegnato che il miglior modo di mettere al sicuro i profitti è portare i soldi nei paradisi fiscali. Ogni tanto il suo amico Tremonti si inventa un bello scudo fiscale con asset ad alto rendimento: l'altra volta con la Patrimonio SpA, per svendere le case pubbliche, e adesso con la Banca del Sud.
Berlusconi condivide la tua avversione per i politicanti di mestiere, occupati a fare sempre leggi oppressive e illiberali. Voi uomini del fare ne avete le tasche piene di mantenere con il vostro lavoro e le vostre tasse questi esagerati e ingordi organi parlamentari che appesantiscono anziché snellire il funzionamento dello Stato.

Anche se sei pensionato potrei capirti: ha promesso un milione al mese a tutti, le sue televisioni divertono, informano in modo semplice e comprensibile, non ti annoiano con dibattiti e polpettoni culturali che a te non interessano. Vuoi sapere che tempo fa e ogni giorno Emilio Fede, fedelmente, informa sul meteo e racconta le prodezze del suo datore di lavoro contro le infamità dei comunisti.

Se hai meno di trent'anni, non ho bisogno di capirti, hai perfettamente ragione.
Berlusconi è il tuo leader: ama i giovani, soprattutto le giovani, le glorifica, dimostra ogni giorno fiducia per le loro capacità. Vero che le mette a dura prova ma sa anche ricompensare.
E' la dimostrazione vivente che volere è potere e che tutti, fatte le debite distinzioni, potrebbero farcela.
Certo che se sei figlio di operaio, parole sue, non puoi pretendere di fare il notaio, ma per te c'è sempre un posto nelle migliaia di selezioni per il grande fratello.
Sai che trombate ti potrai fare raccontando alle tue amiche di essere stato negli studi Mediaset!

Ci sono però alcune cosette che non riesco a capire, sarà che ormai sono vecchio e riesco a seguire solo i ragionamenti elementari.

Mezza Europa si chiede come sia possibile che l'Italia abbia un capo di Governo che si precipita, non invitato, in Turchia per vantare una suo inesistente contributo all'accordo con la Russia per la stesura di un gasdotto. Tu dirai: ha fatto bene! quel metano scalderà l'Europa; ma il problema è che Berlusconi non c'entra nulla. C'entra L'ENI come impresa ma Berlusconi come il cavolo a merenda.

Nemmeno capisco come puoi credere che sia possibile creare una nuova Banca per il Sud. Calabria e Sicilia hanno già un'impressionante concentrazione di banche. Questa nuova, che il Governo vuole istituire per agevolare il credito alle piccole imprese, coi tempi magri che corrono, dove li raccoglierà i denari da prestare? Farà concorrenza alle migliaia di sportelli già in crisi? Visto che l'Europa vieta trasferimenti dallo Stato (che, peraltro, ha le casse vuote) dove troverà i soldi per rilanciare l'economia del Sud? Una soluzione ci sarebbe: farseli prestare dalla mafia.

Nemmeno capisco come tu possa confermare il consenso a Berlusconi ai rilevatori dei sondaggi che ti tempestano continuamente.
Lo sai che perfino Confindustria si è arrabbiata perché, tra le tante promesse contro la crisi, il Governo ha dato gli unici soldi veri solo alle Banche che, tra l'altro, sono quelle che ne hanno meno bisogno? Per aiutare gli italiani, quelli poveri, il governo non ha fatto assolutamente nulla.
Ha solo scommesso sul ribasso dei prezzi ed, in parte, gli è andata bene.
Per le piccole imprese, i giovani, la ricerca, la lotta all'evasione, alla criminalità: informati bene su quello che ha fatto veramente e poi spiegami perchè sei d'accordo con lui.

Penosa la figuraccia del Governo coi petrolieri, cala il barile ma, alla pompa, manco due cent di sconto. Poteva defiscalizzare una quota di IVA, no? Anni fa si era fatto, pure dai governi di centro sinistra, ma oggi le casse sono vuote e l'esodo estivo è utile per rimpolparle, allora perchè diminuire l'IVA?
E, dicono i petrolieri, se non lo fa il Governo, perchè dovremmo farlo noi. Che siamo, la San Vincenzo?

Berlusconi sta subendo l'attacco della Lega, indispensabile puntello a questo "tuo" governo. Lega che se la sta godendo nell'alzare, un giorno sì e l'altro pure, il prezzo della sua permanenza al governo.
Un bel risultato per chi vi aveva promesso: tranquilli che a Bossi ci penso io.

Alla fine di questo ragionamento sono giunto ad una conclusione e vorrei il tuo aiuto, caro elettore di Berlusconi, per capire se sono arrivato vicino ad una risposta alla mia domanda iniziale.

Quando Berlusconi è sceso in campo si sapeva che le sue imprese non andavano benissimo; lo ha detto sia a Montanelli che a Biagi: "se non mi metto in politica sono finito". Lo Stato italiano, tramite il Fisco, rivendicava soldi per tasse non pagate e la Giustizia era interessata a qualche peccatuccio sempre di natura fiscale e con la scomparsa del PSI nessuna forza politica era in grado di garantirgli le coperture legislative e giudiziarie di cui godeva in precedenza.

Berlusconi ha reagito non come se si trovasse di fronte ad uno Stato di diritto ma come ad un suo concorrente, un competitor, peratro proprietario, come lui, di tre reti televisive.
Ha mobilitato l'organizzazione industriale di Finivest e Publitalia non per fare una battaglia politica ma per impadronirsi dell'avversario.
Ha, in buona sostanza, lanciato un'O.P.A. (offerta pubblica di acquisto) ostile, con la sola differenza che al posto delle azioni ci sono i voti, anche il tuo voto.

Quindi, caro elettore di Berlusconi, devi sapere che lui è diventato proprietario - se non dell'Italia - sicuramente del Governo, grazie alla raccolta, quasi "porta a porta" di azioni/voti come il tuo.
Voto che tu gli hai consegnato sperando in un plus di rendimento che ti oggi ti potrai scordare, a meno che tu non sia un evasore fiscale, unica categoria che sembra stare sempre nel cuore del suo massimo rappresentante.

Un bello scherzetto, ti ha giocato, e tu sei ancora più arrabbiato perchè non lo ammetterai mai. Hai presente quelli che si ritrovano con i "pacchi" ricevuti da quelli che ti promettono orologi e telefonini ? Hanno troppa vergogna per ammetterlo.
Ed è proprio quello che accade a molti elettori ex entusiasti delle prodezze del Capo.
Anche tu oggi ti ritrovi costretto a difendere il tuo investimento elettorale, ben sapendo che si tratta di titoli "tossici", esattamente come fanno le Banche quando rassicurano i clienti che "fiutano" guai per i titoli acquistati col sudore.

Ora che sia avvicina il momento del crack, Berlusconi non ha più modo di nascondere la sua vera strategia, e questo spiega il debordare della Lega che oggi si può permettere di giocare a fare le proposte più stravaganti per "misurare" la debolezza di Berlusconi, allo scopo di occupare più territorio possibile, in attesa dell'attacco finale quando Berlusconi verrà spazzato via e la lotta sarà tra Bossi, Fini e Casini.

P.S.
Dimenticavo.
Potresti averlo votato anche se non sai assolutamente nulla di Berlusconi, ma solo perchè odi il "nemico comunista" che Silvio si è inventato per prendersi il tuo voto.
Peccato che di "comunisti" ormai ci sia rimasto solo Putin, un suo grande amico.

martedì 28 luglio 2009

L’ipocrisia della lotta alla mafia

Abbiamo ricordato, davvero in pochi, la strage di Via D’Amelio. Pochi erano i politici presenti per testimoniare, ed il bisogno non cessa mai, la volontà di debellare questa terribile malattia di tutta la nostra società.
Chi si illude di vivere lontano - dalle zone che crede “infette” - della mafia sa dalle cronache degli omicidi, delle retate, dei processi. Non la vive come fatto sociale anche se, inconsapevolmente, contribuisce ai suoi business. La mafia ricicla ovunque i suoi soldi: apre negozi, pizzerie, alberghi, centri fitness, ogni genere di attività redditizia. Tutte spiccano per l’opulenza dell’arredo e delle attrezzature. Usa prestanomi, magari gli stessi titolari che hanno ceduto la licenza e, tranne in rare occasioni, il meccanismo funziona molto bene.
Al Sud non ci sono occasioni per investire i proventi illeciti e le bocche da sfamare (le famiglie della manovalanza) sono tante. Ecco che mafia, camorra e andrangheta, esauriti i filoni degli eterni appalti gonfiati si trasformano in vere e proprie imprese commerciali con tutte le carte in regola. Assumono personale qualificato, forniscono servizi di qualità ed a buon prezzo. Reggono, insomma, alla concorrenza orientale. Sono quasi dei benefattori, Cavalieri del Lavoro li faranno.
Ma la repressione? In questo scenario l’azione repressiva di deve limitare a far sentire la sua presenza rincorrendo i pesci piccoli e, solo per punire qualche sgarro, a pizzicare qualche bulletto troppo intraprendente. L’eco nei media deve dare l’impressione che la “guerra alla mafia” continua. Non è difficile dato che gli italiani sono abituati a digerire qualunque notizia e pochi giornalisti seri hanno interesse, e fegato, a raccontare queste pericolose verità.
Per un’azione decisiva e risolutiva serve quello strano ingrediente che in Italia non è mai esistito: la volontà politica. Frase che solo a scriverla se ne afferra la vacuità.
Già, la volontà politica che dovrebbe arrivare, prima di tutto dal Governo e dalla maggioranza che lo sostiene. Ma l’Italia è un’espressione geografica (Stato è già una parola grossa) alquanto bizzarra. I suoi elettori hanno deciso che a guidare il Governo sia il capo di un partito che ha avuto come suoi fondatori l’avvocato Cesare Previti, cacciato dal Parlamento, dopo la condanna per corruzione di magistrati e Marcello dell’Utri in attesa di appello dopo una condanna a 9 anni per mafia.
Non che l’opposizione (anche questa è una parola grossa) stia meglio. L’UDC il partito di Casini aspirante a succedere a Berlusconi alla Presidenza del Consiglio ottiene molto del suo potere dalla corrente di Salvatore Cuffaro ex presidente della regione Sicilia, titolare dell’ industria - l’unica - delle clientele che ha paralizzato i bilanci dell’ente, anche lui condannato in primo grado per favoreggiamento.
Chi ha buona memoria ricorda l’exploit di voti in Sicilia, era il 1987, dei radicali e del PSI, un primo segnale della mafia di voler abbandonare la DC il suo tradizionale “partner”politico.
Anche il dato dei 61 deputati a zero ottenuti dal Polo della Libertà nel 2001 rappresenta con una chiarezza palmare quale sia la tragica situazione in quell’isola perché tutti sanno, ma fingono non saperlo che non si possono ottenere questi risultati in Sicilia senza l’appoggio della mafia.
Non dobbiamo immaginare che ci sia bisogno di chiederlo, questo ingombrante appoggio. Arriva da solo. La mafia annusa il cavallo vincente ed elimina i concorrenti. E nemmeno dobbiamo immaginare che all’incasso si presentino emissari baffuti con panciotto coppola e lupara.
Ogni politico siciliano sa da dove viene il suo potere ed a chi deve rendere conto. Al politico fa più paura l’isolamento dall’elettorato che le minacce di violenza.
Le attuali lotte dentro alla destra siciliana sono guerre mafiose. Le dichiarazioni al TG di Lombardo & C. sono recite degne del peggiore avanspettacolo. Se un Miccichè arriva a minacciare, in accordo con Dell’Utri, l’uscita dalla maggioranza il messaggio al governo è abbastanza chiaro: in Sicilia devono tornare risorse da gestire, altrimenti anche questi politici verranno "scaricati".
In questo contesto non si spiega l’inerzia delle forze del centro sinistra IDV e PD per capirci che potrebbero approfittarne per organizzare un’azione politica di smascheramento di questo indecente spettacolo di obbedienza alle logiche spartitorie sottomesse al crimine organizzato. Un’inerzia che si può spiegare solo con la consapevolezza che anche l’elettorato di sinistra delle zone infette da mafia, camorra & C. se non è compreso, è certamente compresso, per ragioni di sopravvivenza, in queste manovre.
L’economia malata delle regioni ad alta concentrazione mafiosa non fa esenzioni. Non ci sono cittadini buoni (antimafiosi) e cattivi (pro mafia) esistono solo cittadini inermi che devono trovare - alcuni in modo dignitoso, altri purché sia – le vie per ottenere stipendi o lavori che permettano loro di mantenersi.
Ogni risorsa, ed in Sicilia sono prevalentemente pubbliche, deve essere centellinata, equamente ripartita secondo esasperanti regole di appartenenza a questo o a quel notabile politico che a sua volta fa riferimento a questo o a quel gruppo. Non si scappa.
Chi viene da fuori ed opera occasionalmente in certe zone non sempre percepisce questa realtà e sono gli stessi siciliani che, quasi con vergogna, cercano di nasconderla, ma bastano poche domande su circostanze, apparentemente inspiegabili, per smascherare il castello di intrecci e legami che sorreggono qualunque operazione economica siciliana.
Ci mancava la minaccia di Berlusconi che vuole essere ricordato per aver sconfitto la mafia a rendere ancora più tragico il quadro della situazione che di anno in anno peggiora e vanifica le vite inutilmente sacrificate dei servitori dello stato.
Una “ricetta” per contrastare seriamente la mafia ovviamente non esiste. Esistono però leggi, forse troppe, che devono essere applicate. Riguardano l’economia, la materia prima della criminalità organizzata. Ma è proprio il governo Berlusconi che vara la legge sullo “scudo fiscale” con norme che proteggono i titolari dei capitali esportati. Esattamente il contrario di ciò che si dovrebbe fare.
Già. Cosa si dovrebbe fare? Sicuramente ciò che non si farà mai. Qualche esempio?
In Sicilia vi è la più alta concentrazione di sportelli bancari. È la Banca d’Italia d’Italia che li autorizza. Un governo serio chiederebbe a Draghi di far controllare, ad una ad una, dai suoi funzionari, insieme alla Guardia di Finanza tutti i depositi. Dividere quelli collegati alle partite iva da quelli personali e tra questi quelli superiori a 50.000 euro devono essere adeguatamente motivati. In una economia “povera” come quella siciliana queste cifre sono già ragguardevoli e una manovra di “ripulitura” dei depositi bancari non adeguatamente giustificati non solo porterebbe molto denaro alle casse dello stato ma obbligherebbe la malavita ad una affrettata conversione degli investimenti con probabili smagliature facilmente individuabili.
Chi vuole davvero debellare la mafia non potrà opporsi o invocare segreti bancari o difesa della privacy. In stato guerra si devono usare metodi emergenziali ed una temporanea rinuncia ai privilegi delle economie sane non dovrebbe, comunque, turbare i sonni di chi non ha nulla da nascondere.
Poi l’analisi del PRA. Tutti i possessori di auto superiori a 2500 cc devono dare dimostrazione delle fonte di acquisto e manutenzione i detti veicoli. Non solo, la verifica deve interessare le auto intestate a ultrasessantenni ed a tutti i non patentati. I manovali della malavita, quelli da 2000 euro al mese, ed i capi mandamento, con ville e guardie del corpo, devono dimostrare come fanno a campare. Altro che studi di settore!
Poi è la volta delle Camere di Commercio. Bisogna bonificare i registri delle imprese a partire dai controlli tra sedi legali (spesso fasulle per ottenere benefici dell’obiettivo 1) e sedi operative. Attivare verifiche sui soci di capitale secondo gli stessi criteri dei controlli bancari per individuare tutte le capitalizzazioni in sentore di opacità.
Poi il capitolo appalti. Qui il lavoro è complesso e molto pericoloso. Serve una task force composta da specialisti esterni e svincolati dai paludosi meandri della burocrazia. Controlli sistematici, altro che su “campioni mirati”, sull’attendibilità dei D.U.R.C. ( regolarità contributiva) sulle dotazioni organiche, sulla capacità tecnica, sulle costellazioni dei subappaltatori. Per decenni abbiamo vissuto, complice una criminale omertà, in un doppio regime fondato su un’apparente regolarità formale che ha mascherato una realtà ben diversa, con le carte tutt’altro che in regola.
È un processo di “sanificazione” che la gente vede come un miraggio e che potrà trovare consenso solo se verrà avviato da una classe politica non compromessa e con le mani pulite. Ed è questo che lo renderà impossibile perché nessuno - al di là della propaganda che non costa nulla - avrà potere, interesse e coraggio a proporre una simile azione che richiede una “mobilitazione” nazionale di tutti i settori dello Stato.
Finora contro la mafia abbiamo mandato pochi magistrati e poliziotti che sono stati sterminati. L’accordo, non scritto: niente stragi, ma lasciateci lavorare, quello di sempre, sembra funzionare e richiede qualche azione dimostrativa. Questo è quello che la mafia vuole ed è quello che gli stiamo servendo. Il carcere duro per pochi capi ormai privi di potere è un prezzo che pagano volentieri sperando in qualche concessione umanitaria.
Ci vuol ben altro che i sinceri appelli di un anniversario da troppi ignorato. Non è più tollerabile ascoltare appelli all’antimafia da chi non sta facendo nulla o, addirittura è complice o colluso.
La vera lotta alla mafia dovrà essere come un nuova “resistenza” civile per sconfiggere un nemico, infiltrato ovunque, che non solo logora la nostra economia ma ci espropria della libertà e deve vedere tutti i cittadini, i politici onesti e le imprese sane impegnati a fare ciascuno la sua parte, necessaria per raggiungere lo scopo.

venerdì 3 luglio 2009

... sul Partito (non) Democratico

Sorpreso dalla quantità, ma non stupito della condivisione per questa nota - ho ricevuto centinaia di messaggi - eccovi, aggiornate, le mie riflessioni sul PD, post-elettorali e pre-congressuali.
Vengono da molto lontano, trattenute per anni e riposte nel cassetto ogni volta che veniva promessa una svolta. Che non è mai venuta.

Tutti avvertiamo come il PD, nato per inseminazione artificiale, sembri destinato a passare direttamente dalla precoce pubertà ad una lenta agonia.
Troppi medici si affannano al suo capezzale intenti alla propria carriera più che alla guarigione del grande malato che, dell'inefficacia delle cure, se ne avvede e tace impotente.

La nascita del PD ha allontanato molti bravi compagni che non si riconoscono più nella pseudo-gestione (Veltroni, Franceschini, Bersani non fa differenza) di questo partito.
Anche l'atteggiamento del popolo della sinistra, è passasato dal prudente scettico al deluso incazzato.
Molti hanno migrato, a malincuore, verso IDV avvertito più affine all'idea di una politica più onesta.

Chi credeva che bastasse una robusta dose di Web per poter "governare" una passaggio così difficile, non ha considerato che il Web è un'arma a doppio taglio che non perdona. Le notizie, in rete, circolano veloci ed il consenso non è più addomesticabile tantomeno da chi può mettere in campo solo antica autorevolezza, o presunta tale e le reazioni alle fantasiose positive valutazioni sui ballottaggi ne sono la prova.

Da dove deve partire il PD per ricostruire, per rinascere, per "esistere" (scegliete il termine che volete) nella scena politica italiana?

Sembrerà banale, ma non lo è affatto, ma il PD deve ripartire dalla questione morale.
Sì proprio quella invocata - invano - da Enrico Berlinguer.

So bene che molti, ed anche qualche amico, storceranno il naso alla sola parola "morale" e qualcuno si affannerà subito a spiegare che "il problema è un altro".
Ma si sbaglia; con la ricerca delle soluzioni all'altro problema abbiamo perso di vista i punti cardinali che regolano la vita pacifica degli uomini; tra questi l'onestà nelle relazioni umane che, nella società moderna, equivale al rispetto della legge.
Il furto è l'anima del commercio diceva Nietzsche , ed ora è diventato anche l'anima della politica. Non solo il furto di beni dello Stato.
E' anche il furto di idee, di "legalità" (detta alla Pannella), di futuro. A questo furto sta partecipando tutta la politica italiana.
Il berlusconismo ha esteso (dopo il craxismo) a tutta la pletora politica la facoltà di dilapidare, ove possibile, le risorse pubbliche: ognuno arraffa ciò che può.

A sinistra ci hanno illuso di esserne esenti; mai convinzione fu così fallace.
E mai, di bugia, fu pagato così pesante debito.

Tutti i militanti del PD hanno estremo bisogno di ri-sentire "vivo" nel partito quello spirito di "pulizia" che per tanti anni era stato il nostro punto di forza, il legame, che univa l'impegno e la militanza per una causa politica che anteponeva l'interesse comune ad ogni aspettativa e carriera individuale.

I militanti di base, appunto.
Non i dirigenti o almeno non tutti i dirigenti che, per le loro personali ambizioni hanno compromesso la credibilità e l'integrità morale di tutto un grande movimento.
L'azione distruttrice di idealità sociale iniziata da Craxi sta per essere compiuta da coloro che oggi, anche da posizioni di retroguardia, gestiscono accordi, strategie, indecenti alleanze - pur non avendo più nulla di utile da dire - al solo fine di conservare il proprio scranno.
Molti, troppi, se se sono andati dai DS, ed ora dal PD, schifati nel vedere l'ascesa politica di personaggi che potrebbero ben figurare anche nel PDL o in altri partiti iscritti, se non nel casellario giudiziario, sicuramente negli annali.

Ma voglio essere concreto.

Walter Veltroni ha avuto un'occasione storica, irripetibile, per gettare basi solide al PD dopo la sua acclamazione alla guida del partito.
Occasione persa clamorosamente e senza alibi. Anzi, se di alibi ve ne fosse uno solo, sarebbe quello genetico: è stato la sua acclamazione, farlocca, artificiale, svuotata di qualsiasi potere, con una sovranità limitata, concessa da un establishment (e ci siamo capiti) incapace di presentarsi in prima fila.
Devo fornire una prova? eccola: si chiama Antonio Bassolino.
Chiunque, anche un inesperto, avrebbe capito che in Campania si stava preparando uno tsunami politico.
Bastava solo girare per le strade e vedere che la stessa spazzatura stazionava da mesi nonostante l'esercito di spazzini.
Che fa, un nuovo Segretario che si avventura nell'impresa di guidare un nuovo Partito ?
Scuote il tavolo, sgombra il campo degli amministratori consunti che nulla hanno più da dire e da fare oltre al già detto ed al non fatto.
L'avevo scritto, scritto
timidamente, sia a Veltroni che a Bassolino: - Date un primo segno di cambiamento, vero!
(http://collettivamente.com/articolo/2099879.html)

Bassolino ha fallito. 15 anni - forse più - di pieni poteri in Campania mentre sotto ai suoi occhi si consumava il disastro; e non solo il suo, ma soprattutto il nostro.

Il disastro della sua incapacità di gestire processi difficili.
Il disastro dei compromessi inaccettabili per chi dice di stare a sinistra.

Chi "è di sinistra" ed ha un minimo di dignità e coerenza o spacca tutto o se ne va.
(questa frase è stata criticata da qualcuno perché, in politica se si è seri, non si dovrebbe spaccare tutto. Balle. Secondo quale nobile ideale Mastella Dini & C. hanno mandato all'aria il governo Prodi? A questa gente è concesso "spaccare tutto"? A quelli del PD, anche se devono mangiare merda, no. per piacere!)

Torniamo a Bassolino.
Non resta certo a fare la guardia alla camorra che gestisce le discariche abusive e terrorizza i netturbini che vogliono lavorare. Non sta chiuso nel Palazzo.
Esce, va a guardare che succede. Denuncia, se c'è da denunciare. Certamente non tace, limitandosi a governare per mantenersi il suo "orticello" di 60.000 tessere PD da spendere al congresso.

E' esattamente quello che sta succedendo da mesi, da anni, a Roma.
Mai il partito è stato così lontano dalla periferia.
Esclusi Chiamparino, Cacciari, Vendola, Domenici (creatura!) Loiero (aiuto!) Errani, Illy (esiste ancora?) cosa c'è di "regionale" nel PD? Calearo?

Proprio quando sbandiera il "federalismo" come sua battaglia politica, il PD ha gestito le primarie e la costituente con regole peggiori del porcellum.

Chi scrive avrebbe voluto poter dire la sua, non dico a livello nazionale (e quando mai?), regionale (ma dove?) provinciale (che roba è?) ma neppure a livello di comune.
Per le nomine dei direttivi è venuto il coordinatore provinciale a fingere di illustrare le varie mozioni.
Si è votato su liste blindatissime e allineate (ovviamente su persone, non certo su mozioni) su che cosa nessuno lo ha capito.
Alla fine abbiamo visto eletti gli stessi dirigenti di prima soddisfatti della nomina "democratica" che con gli stessi metodi hanno formato le recenti liste elettorali (europee e locali). Se non ci fosse stato il "fenomeno" Serracchiani (fenomeno) cosa sarebbe successo di nuovo?
ah, dimenticavo, Rienzi a Firenze che ha battuto un semi-tiratore di calci.

Ragioni di lavoro mi portano ad osservare decine di situazioni locali: il panorama delle disgustose lotte intestine, che hanno spalancato le porte al centrodestra, è la dimostrazione dell'incapacità del Partito di aver quella "sensibilità" per cogliere le vere pulsioni della base.
I burocrati, notabili si usa chiamarli, impongono le loro decisioni, finanche suicide, che il "nazionale" o il “ regionale” non può che avvallare, slegato com'è dalla vita vera della "sua gente".
Troppe sono state le persone capaci allontanate, solo perché "liberi pensatori", per far posto ai più classici obbedienti burocrati di partito, sempre più premiati, sempre più inattuali o ancora peggio ai faccendieri di craxiana memoria.

I risultati di vedono e darne la colpa a Berlusconi è davvero un insulto all'intelligenza dei liberi pensatori superstiti.

E qualche umorista, che ha chiamato queste nostre nomine democratiche, vorrebbe utilizzarle per celebrare il primo congresso? Un funerale, sarà, altro che congresso!

Mentre l'economia brucia risorse, non solo economiche, ma imprese,professionalità, storie, la nostra politica finge di correre, ma dorme.

Molto del consenso perso, anche a livello locale, è dovuto all'impreparazione di molti amministratori, lasciati soli, incapaci di formulare programmi innovativi, adeguati al momento di crisi, che hanno continuato a dispensare incarichi e appalti agli amici, o ai compagni.
Da quanti anni non si organizza un minimo di attività di aggiornamento sul buon amministrare "da sinistra" i nostri enti locali?
Qualche anima bella pensa sia un problema di organizzazione. Stronzate: si tratta di una precisa strategia: meno gente impara la politica = meno concorrenti per i sempre meno posti a disposizione.

A destra non hanno questo problema: basta dare la caccia all'immigrato e concessioni edilizie alle imprese amiche ed il consenso arriva, quasi gratis ed, a loro Lega e PDL, i posti con i quali "premiare" non mancano certo, glieli stiamo lasciando noi, quasi gratis.

C'è qualcuno, dei candidati alla guida del PD, ha alzato la voce per dire: abbiamo una Giustizia che fa schifo, è incapace di punire chi sgarra e men che meno sa riparare i torti subiti dai cittadini onesti?
Il risanamento del paese, della sua economia, deve iniziare da una giustizia, civile e penale, che deve risolvere un caso in meno di due anni. Nella patria del diritto dovrebbe succedere in sei mesi. Da noi il codice di rito i sei mesi li fissa per le indagini preliminari anche se poi ne durano 12,18, 24.
Termine “ordinatorio” dice la dottrina. Se il P.M. si prende tutto il tempo che vuole, la parte offesa ha un termine “perentorio” di 10 (DIECI !!!) giorni per opporsi alla richiesta di archiviazione. Sembrerebbe una follia? Macché! Ai ricchi e ai potenti va più che bene. I poveri cristi, si fottano.

Nessuno sembra capire che, alla morte del diritto, corrisponde la morte di una civiltà e della sua economia.
Eppure le risorse ci sono, e le professionalità anche, sono sprecate da una politica, anche dalla nostra parte, ammettiamolo, che ha tutto l'interesse ad avere una giustizia lenta e perciò inutile.
Non vi tedio con alcune proposte efficaci e fattibili per rimettere in sesto una situazione che, per chi la vive, definire tragica è un eufemismo.

Per poter chiedere al paese un impegno epocale per risanare l'economia, dobbiamo cominciare con una seria lotta all'evasione. Dando per primi il buon esempio.
Fuori i compagni con alto reddito dalle case popolari a canone sociale. Dimezziamo noi i gettoni degli amministratori dei CDA delle municipalizzate, anzi, facciamoli uscire di loro sponte.Tanto non servono a nulla se non a chiedere quote di appalti per le coop. Per gli appalti ci sono le gare. Pretendiamo siano corrette e se siamo bravi otteniamo "onestamente" le aggiudicazioni.
Questa è la moralità del nuovo Partito Democratico. Chi ci sta bene, gli altri: fuori.

Sono milioni i titolari di partita iva e di micro attività che sono alla disperazione. Seriamente. Le frequenti spinte al suicidio vengono dall'angoscia di non vedere la minima attenzione da parte delle Istituzioni verso chi ha speso tutta la sua vita per creare un'impresa oggi schiacciata da tributi obbligatori anche in assenza di reddito. Il dover licenziare chi ha collaborato per anni in una ditta è la più grande sconfitta per chi credeva nel proprio lavoro.

Qualcuno, per esempio, sa che il rispetto del patto di stabilità sta uccidendo migliaia di fornitori degli enti locali? Cosa ha detto il PD in proposito? se i nostri cervelloni avessero detto, in campagna elettorale che avrebbero lottato per la sospensione di questo vincolo, non ci sarebbe stato il totale abbandono dei già pochi imprenditori di sinistra.

E poi, le Banche. Possibile che sia solo Tremonti a ergersi (lui?) paladino dei risparmiatori? Che vincoli ha il PD ( o la sua dirigenza?) con Banca Intesa, Unicredit & C. che gli impediscono di muovere una politica di vera liberalizzazione sui costi dei conti, l'indecente spread, che serve a camuffare tassi al limite dell'usura anche oggi che il denaro alle banche costa quasi zero? Perchè il PD è così freddo sulla class action? (normiamola seriamente, ma basta rinvii: chi dobbiamo difendere? le multiutilities dove abbiamo i nostri nei C.d.A.?)

Tutta Italia sa della spaventosa evasione dei fitti in nero, soprattutto a studenti e immigrati.
E le compravendite immobiliari con prezzi sottostimati. Cosa dovrebbe fare il PD? Basterebbe confrontare il valore che danno le banche (per i mutui ipotecari) per debellare, in buona parte il fenomeno.

Nooo... noi ci accaniamo contro micro imprese individuali che lavorano, e sudano, 60 ore alla settimana.
Quale poderosa evasione potrà accumulare chi ha solo le sue braccia per lavorare ? Non basta una sana tassazione forfetaria e li liberiamo da esasperanti oneri sproporzionati al business? Perchè non applichiamo il principio: se sei piccolo paghi - ma PAGHI - poco, se cresci, paghi il giusto? Se evadi – seriamente – lavorerai per pagare, altro che condoni.
Discorsi banali, vero? massì, lasciamoli alla Lega che ci fotte tutti, - TUTTI - i microartigiani ed i forzati della P.I. Lavoratori come gli altri, con stessi doveri ma con lo stesso diritto ad una vita non autosfruttata e una serena vecchiaia.

La gestione dei fondi al mezzogiorno. Siamo sicuri di avere tutte le mani pulite? Posso testimoniare di situazioni "indecenti", toccate con mano, invano segnalate anche al presidente Vendola, di come sono stati gestiti milioni di stanziamenti della CE spartiti in mille rivoli senza lasciare alcuna traccia di ricaduta positiva nel territorio. Se quello che ho visto è la milionesima parte del tutto, sono seriamente preoccupato.
L'omertà con la quale vengono coperte certe zozzerie talvolta assume i connotati tipici di delle associazioni a delinquere.

Conosco decine di amministrazioni di centro sinistra ( e posso fare tanto si nomi e CAP) nelle quali l'applicazione della 241/90 (la legge sulla trasparenza) è un autentico mistero. Quasi meglio quelle della Lega, e non scherzo.

Quando torneremo il Partito delle MANI PULITE ?

Mi fermo.

Torno all'accezione iniziale e chiudo con una riflessione che sottopongo a tutti i pazienti lettori di questa mia nota.

Tutto il mondo si chiede: come è possibile che l'opposizione in Italia, nonostante il suo notevole peso complessivo non sia riuscita finora, e nemmeno riesca ora, ad allontanare Berlusconi dalla guida del paese, in presenza di inammissibili conflitti di interessi, comprovate evasioni fiscali, accertate corruzioni messe in atto dalle sue aziende, comportamenti oltre la decenza?

Come è possibile che la sinistra non riesca di pretendere con autorevolezza il rispetto di un'etica sufficiente a ricoprire di umana vergogna chi ne ha violato pesantemente il dettato?

Non è una domanda capziosa. Nella sua risposta c'è la soluzione alla crisi del PD.

Berlusconi se la ride. Sa che nessuno, ormai, è in grado di scagliare la prima pietra. Il PD ha allontanato dall'area della dirigenza tutti i difensori, quelli seri (di quelli finti sono pieni) della moralità pubblica, lasciando solo l'ingombrante Di Pietro ad assumere il ruolo del giustizialista. Parola funesta, anche a dire di alcuni del nostri, quelli per esempio toccati dalle intercettazioni del PM Forleo.

Sappiate, caro Franceschini, caro Bersani, caro D'Alema, che non potrete , in nome di un pragmatismo della politica estraneo alla gente del PD, mai seppellire la questione morale perché, se non risolta, e voi dimostrate di non volerla risolvere, sarà questa che vi, e ci, seppellirà.
Inutile dibattito, inutile Congresso se non ritiriamo la patente, da tempo scaduta, agli attuali conducenti.
Ma nessuno sembra avere la possibilità, o il coraggio? di chiederlo.

Debora Serracchiani al Ligotto ha detto: non abbiamo bisogno di un leader ma di una squadra.
Errore!
La squadra c’è da tempo: ma non ha le chiavi per entrare. Non si possono fare copie e nessuno vuole cedere la sua.
elementare

Giuliano Bastianello
Padova, 25 giugno 2009.

post scriptum
dopo tre giorni dalla pubblicazione della presente nota sono stato sommerso da centinaia (quasi 300) e-mail e messaggi di piena condivisione gli unici dissensi erano perché dovevo essere più duro.
Gli stessi commenti che si vedono qui sotto testimoniano quanto sia presente nel "popolo della sinistra" ritrovare un senso di appartenenza ad un "movimento" di ideali rispetto ad un apparato burocratico autoreferenziale.

Credo di avrò risposto a tutti e mi scuso, davvero, con chi ho saltato ma sono davvero tante.
Non me lo aspettavo, anzi no, ero sicuro di prenderci, meno della positiva reazione.
Anche le richieste di amicizia si sono moltiplicate e moltissime con un messaggio che motivava la richiesta: hai scritto esattamente quello che penso da sempre.

Allora, che si fa? Da solo, per quanto sia un tipo energico, non posso fare nulla di diverso che scrivere.
Se vogliamo arrivare a qualcosa di concreto bisogna organizzare una MOZIONE da presentare al congresso.

Molti mesi fa avevo creato un gruppo: VOGLIO UN PARTITO DEMOCRATICO
l'ho aggiornato dopo aver sentito i discorsi del Lingotto2 e può essere un modo per contarci e decidere cosa si può fare.
Per muoversi bisogna essere almeno in due o tre mila sennò si sta a casa, Realisticamente è difficile arrivare a tanti di più. Ma possiamo appoggiare qualcuno che porti avanti le nostre idee con un patto chiaro di coerenza.
Da soli non si conta nulla, ma insieme si fa tremare il mondo e, come ho già scritto: cambiare il PD vuol dire migliorare, anche solo un poco, anche l'Italia.

questo è il gruppo
http://www.facebook.com/group.php?gid=55357607410&ref=ts
iscriviti e scrivi la tua, è gratis ma vale moltissimo

Io sono a disposizione, ora tocca a te.

Storie di un'Italia nascosta

Questa è una storia nascosta e noiosa.
Troppo densa per essere raccontata e compressa in poche righe.
Una storia che ho provato a scrivere almeno dieci volte ma il racconto si è fermato perché sempre nuovi fatti si sono sovrapposti intrecciandosi ed aumentando il loro insostenibile peso.
La storia nasce con la passione di un lavoro e finisce con la morte civile rappresentata dall'amministrazione(?) della nostra Giustizia. Per il piccolo imprenditore, solo rivolgersi al Tar comporta spese enormi che raramente sono giustificate dal valore dell’appalto e, beffa delle beffe se, alla fine dopo 5-6 anni, risulta vincitore gli viene riconosciuto un risarcimento pari al 10% del valore della commessa, sempre che il tribunale non decida di compensare le spese.

Le nuove norme anticrisi, che escludono le sospensive, (significa sospendere l'aggiudicazione in attesa dell'esito del ricorso) sono un invito a truccare gli appalti, tanto chi farà più ricorso per ottenere, alla fine di un costoso iter, solo un minimo risarcimento?
Oggi chi vuole aggiudicare l'appalto ad un amico può tranquillamente violare le norme e far eseguire il lavoro, al massimo pagherà, se pagherà, solo il 10% della commessa.
Per l'impresa seconda classificata, l'unica che avrebbe interesse a controllare è praticamente impossibile ottenere la verifica del rispetto delle norme di gara da parte dell'aggiudicataria e ciò rende possibile qualsiasi pastrocchio.
Ancora peggio è rivolgersi al Tribunale Penale, anche se si dispone di prove inconfutabili le probabilità di veder sanzionati i reati prima della prescrizione sono nulle. Questo è ciò ho imparato sulla pelle mia e della mia piccola azienda. Troppo piccola per reggere il peso di un’azione giudiziaria, amministrativa e penale, insostenibile. Una storia troppo noiosa, infatti, che vi risparmio, accennando solo un elenco dei procedimenti, conclusi o in corso, che hanno coinvolto me e la mia ditta solo per un insopprimibile desiderio di legalità e giustizia.
12 ricorsi amministrativi, 9 procedimenti penali avviati, come persona offesa; 11 processi per diffamazione, 14 procedimenti d’appalto con irregolarità riscontrate. Perché tutto questo?
Perchè un giorno, forte di prove inconfutabili di reati come il falso in atto pubblico e rivelazione del segreto d’ufficio ho deciso di avviare un’azione penale illudendomi potessero venire sanzionati con pene di Giustizia. In Italia esiste, eccome, certezza della pena. Si chiama “Processo” la pena che la nostra scalcinata giustizia infligge indistintamente sia agli indagati che alle persone offese.
Se l’amministrazione della Giustizia fosse un’impresa, tutti sono portati a pensare che la sua “mission”, come si usa dire, sia il rispetto della legge ed il risarcimento delle parti lese. Errore.
La macchina della giustizia italiana ha solamente cura della sua materia prima, il reato, e dei suoi produttori. Basta frequentare le aule giudiziarie per rendersi conto di una realtà artificiale lontana dai fatti. Io temo che la politica non voglia riformare la giustizia perché alla politica conviene una giustizia lenta, inerte, inefficiente: in fondo innocua. E quelli che speravano un giorno di poter vedere scoprire in anticipo un concorso o un appalto truccato con l’estromissione dei disonesti dagli uffici pubblici, sono solo dei poveri cretini.
L’organizzazione dei lavori e delle forniture pubbliche è ormai stabilmente congegnata in modo che se non ti sei fatto “amico” di qualcuno, devi chiudere bottega. Ho un’enciclopedia di esempi di mia diretta conoscenza e di colleghi che si sono confidati, implorandomi di tacere i loro nomi per il bene delle loro aziende. Questa è l'Italia, e non è nascosta. Ma non è la mia. Fanculo.

giovedì 11 giugno 2009

Quella sera di giugno in Piazza della Frutta a Padova

Quella sera di fine estate 84 e di fine campagna elettorale per le europee ero andato anch’io in Piazza della Frutta con tutti gli amici. Nessuno di noi era PCI - PCI. Anzi Padova era la città dei gruppi extra, degli autonomi, dei cani sciolti di varie estrazioni. Le tre piazze, Signori, Erbe e Frutta, avevano visto negli anni precedenti innumerevoli, durissimi, scontri per impedire i comizi di Almirante, Covelli ed altri fascisti (sì, si chiamavano ed erano fascisti).
Segnali forti per dimostrare che oltre alla borghesia reazionaria, nel petto della città batteva un cuore giovane, inquieto, capace di grandi pulsioni sociali che non potevano entrare nel perimetro della sinistra cosiddetta istituzionale.
Eppure in quella piazza quel 7 giugno 1984 c’era molta gente che non solo non aveva la tessera del PCI ma neppure forse lo votava. Ma Enrico Berlinguer era una calamita. Nonostante la discrezione e timidezza il suo magnetismo era legato all’autorevolezza che proviene dalle persone genuine e sincere.
Nessuno poteva dubitare che Berlinguer non credesse in ciò che diceva e non aveva alcun bisogno di rinforzare con invocazioni fideistiche le sue tesi.
Aveva dalla sua la chiarezza dei propositi ed anche quando gli scenari incerti di quella difficile fase della politica italiana non permettevano più dogmatismi, non si è mai abbandonato agli sterili appelli ai quali siamo oggi, purtroppo abituati.
Era questa la sua forza, pacata ma decisa, accompagnata da una integrità morale che gli permetteva di denunciare i pericoli della degenerazione che sarebbe seguita. Tangentopoli scoppiò nel 92 ma le origini risalgono al decennio precedente. Berlinguer e Craxi non si amavano. Né lo potevano tanto era distante la loro idea di pragmatismo. Il potere di Berlinguer, e ne aveva molto, gli veniva dalla forza delle idee, capaci di trascinare milioni di militanti a sostenere, gratis, il partito. Il potere di Craxi veniva dal conquistare e distribuire “spazi politici” che vuol dire incarichi, poltrone, appalti. In una parola: favori che bisognava ricambiare.
L’onda delle giunte rosse, il “sorpasso” della DC da parte dei partiti di sinistra, era stata guidata dal PC che poteva mettere in campo sindaci e amministratori capaci e onesti nell’anima.
Gratificati dal solo privilegio di servire, con una carica pubblica, la propria città.
I rarissimi episodi di malversazioni erano “politicamente” gestiti al secondo piano di Botteghe oscure.
Non c’era bisogno di magistrati per decidere se un politico era disonesto. Ci pensava il Partito e le sue spietate regole, non scritte, che espellevano chi poteva infangarne il nome.
Questo all’epoca di Berlinguer.
Poi le necessità della politica si sono fatte più pressanti. Il diminuito sostegno dei militanti, e la penuria di contributi dall’estero, hanno obbligato anche il PC/DS a mettere in campo le sue forze economiche.
Chissà cosa direbbe Berlinguer se qualcuno gli chiedesse il voto sulla TAV o sul Ponte sullo Stretto in cambio di una quota di appalti data alle Coop edilizie emiliane. O come tratterebbe i capi di UNIPOL che si sono accordati coi furbetti del quartierino per scalare, senza soldi (o meglio con i soldi dei soci della Coop) la BNL.
C’è da rimpiangere, davvero, la statura morale e la coerenza politica di Enrico Berlinguer che oggi sarebbe capace di demolire senza alcuna difficoltà l’inconsistenza umana e politica dell’attuale avversario dei suoi, per molti versi, indegni eredi.

giovedì 28 maggio 2009

CASO MILLS - SERVE UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA

All'ordine sparso con cui l'opposizione ha affrontato la vicenda Mills si può rimediare con un'azione incisiva, Istituzionale, Parlamentare, che risolva, definitivamente il conflitto tra poteri dello Stato.

Il caso Berlusconi-Noemi, confrontato al caso Mills & B., è una bazzecola, Berlusconi per sfuggire all processo ha fatto approvare in 3 giorni il lodo Alfano, per evitare di presentarsi in tribunale e dover rispondere della corruzione dell'avv.Mills...
Non cadiamo nella trappola mediatica, manteniamo viva l'attenzione per questioni molto ma molto più serie!

Ho preparato questa bozza di progetto di legge, normativamente a posto, per far risparmiare tempo (tanto è possibile emendarla in ogni parte nel dibattito).
Ho, come dire, la sensazione che il Presidente Napolitano convincerà l'on Fini ed il sen. Schifani a calendarizzarla subito dopo le elezioni. Se presentata prima delle europee si eviterà l'accusa di strumentalizzare il caso Mills come arma politica dopo la sconfitta (certa) elettorale.


PROPOSTA DI LEGGE ISTITUTIVA DI UNA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SULLE ATTIVITA’ FINANZIARIE SVOLTE NEI PAESI CHE SI SOTTRAGGONO ALLA GIURISDIZIONE INTERNAZIONALE DENOMINATI “PARADISI FISCALI” .

Onorevoli colleghi,

la comunità internazionale degli Stati aderenti al G20 ha individuato nella lotta alle attività economiche svolte nei cosiddetti paradisi fiscali, che si sottraggono alle giurisdizioni dei Paesi membri, uno dei principali obiettivi dell’azione di risanamento dell’economia mondiale necessario alla ricostruzione di un “diritto economico” più sano ed in grado di proteggersi da incursioni speculative e della criminalità finanziaria.
L’Italia, tramite la Presidenza del Consiglio, ha dato la propria adesione ai propositi di contrastare con energia il fenomeno dell’evasione fiscale internazionale perché collegata al riciclaggio del denaro sporco di provenienza mafiosa, da traffici illeciti e da corruzione.
Il Parlamento non può restare indifferente alla vicenda che interessa processualmente il Presidente del Consiglio, il cui coinvolgimento è solo sospeso dal “lodo Alfano” , poiché risulta documentalmente provato da atti processuali definitivamente acquisiti, mai smentiti, che l’imputato David Donad Mills Mc Enzie, aveva costituto per conto della Fininvest, dii Berlusconi Silvio, Berlusconi Marina e Berlusconi PierSilvio dei conti esteri denominati rispettivamente: Principal Network, Rosedew sul Trust Universal One e Zirconium sul Trusy Century One, nei quali sono stati fatti “impressionanti prelievi di contanti”.
Gli organi di informazione nazionali ed ancor più quelli internazionali hanno dato grande risalto alla notizia della condanna in primo grado dell’avvocato Mills Mc Enzie, ritenuto responsabile del reato ascritto e cioè di aver incassato denaro quale compenso per la sua reticenza di testimone nell’aver nascosto ai magistrati inquirenti circostanze a lui note che avrebbero procurato gravi conseguenze al suo committente, l’imprenditore Silvio Berlusconi attuale Presidente del Consiglio dei Ministri.
Il Parlamento Italiano ha promulgato una legge che esonera le prime quattro cariche dello Stato dall’affrontare procedimenti penali ma non può attendere passivamente l’esito definitivo del processo Mills/Berlusconi per poter esercitare il suo mandato legislativo in coerenza con gli obblighi di partnerariato internazionale che lo stato italiano si è assunto nella lotta ai paradisi fiscali.
Lo stesso Presidente del Consiglio ha dichiarato infondate le motivazioni della sentenza, riferendosi al mero fatto dell’episodio corruttivo, ma non ha mai fornito alcuna spiegazione né processuale, né giornalistica, né parlamentare circa l’insussistenza o meno di conti esteri che sia l’avv. Mills ma soprattutto i documenti processuali ,riconducono in capo alle sue società ai suoi familiari ed a lui medesimo. L’on. Berlusconi si è sempre e solo limitato a denunciare, senza peraltro mai portarne sostegno probatorio, un presunto atteggiamento persecutorio posto in essere, solo da alcuni magistrati, nei di lui confronti e contro le sue imprese.
Ritenendo sia un necessario ed ineludibile compito di questo Parlamento nel rispetto dei cittadini italiani e della comunità internazionale fugare ogni residuale dubbio sulla correttezza dell’attività imprenditoriale del Presidente del Consiglio ,
Ritenendo sia giunto il momento di consentire al Presidente del Consiglio di esporre tutte le sue ragioni davanti ai colleghi parlamentari, investiti dei poteri di indagine, per allontanare definitivamente dalla storia della Repubblica questo inaccettabile contrasto tra poteri dello Stato, i firmatari del presente progetto di legge propongono al Parlamento l’istituzione di una Commissione Parlamentare d’inchiesta per l’accertamento dell’esistenza, passata o attuale, di riserve finanziarie, facenti capo all’on. Berlusconi alle sue imprese ed alla sua famiglia, costituite presso Paesi o istituzioni bancarie estranei alla giurisdizione fiscale dello Stato Italiano

Art. 1.
Istituzione e funzioni della Commissione
1. E’ istituita, per la durata della XVI legislatura, ai sensi dell’articolo 82 della Costituzione, una Commissione parlamentare di inchiesta sulle attivita’ illecite connesse alla costituzione di fondi o depositi finanziari presso i cosidetti ”paradisi fiscali”, di seguito denominata «Commissione», con il compito di:
a) svolgere indagini atte a fare luce sulle attivita’ illecite connesse all’accertamento di attività per la costituzione di conti bancarie depositi finanziari presso Stati che oppongono il segreto bancario;
b) individuare le connessioni tra le predette attivita’ nel settore delle transazioni finanziarie e di altre attivita’ economiche con particolare riguardo alla costituzione di imprese di telecomunicazione editoriali e televisive facenti capo a operatori fiscalmente residenti in Italia;
c) verificare l’eventuale sussistenza di comportamenti illeciti da parte della pubblica amministrazione centrale e periferica e dei soggetti pubblici o privati con compiti di accertamento, segnalazione e vigilanza sui reati di natura finanziaria e altri connessi a dette attività illecite;
d) verificare la corretta attuazione della normativa vigente in materia di riciclaggio, esportazione di capitali, transazioni finanziarie su conti esteri da parte di cittadini italiani sottoposti alla fiscalità dello Stato Italiano.
2. La Commissione riferirà al Parlamento e ogniqualvolta ne ravvisi la necessita’ e con una relazione generale al termine dei suoi lavori.
3. La Commissione procede alle indagini e agli esami con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorita’ giudiziaria.
La Commissione non puo’ adottare provvedimenti attinenti alla liberta’ e alla segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione nonche’ alla liberta’ personale, fatto salvo l’accompagnamento coattivo di cui all’articolo 133 del codice di procedura penale.

Art. 2.
Composizione della Commissione
1. La Commissione e’ composta di dodici senatori e di dodici deputati, nominati rispettivamente dal Presidente del Senato della Repubblica e dal Presidente della Camera dei Deputati, su indicazione dei capigruppo, in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari, comunque assicurando la presenza di un rappresentante per ciascun gruppo esistente in almeno un ramo del Parlamento. I componenti sono nominati anche tenendo conto della specificita’ dei compiti assegnati alla Commissione. I componenti della Commissione dichiarano alla Presidenza della Camera di appartenenza se nei loro confronti sussista una delle condizioni indicate nella proposta di autoregolamentazione avanzata, con la relazione approvata nella seduta del 3 aprile 2007, dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della criminalita’ organizzata mafiosa o similare istituita dalla legge 27 ottobre 2006, n. 277.
2. La Commissione e’ rinnovata dopo il primo biennio dalla sua costituzione e i suoi componenti possono essere confermati.
3. Il Presidente del Senato della Repubblica e il Presidente della Camera dei deputati, entro dieci giorni dalla nomina dei suoi componenti, convocano la Commissione per la costituzione dell’ufficio di presidenza.
4. L’ufficio di presidenza, composto dal presidente, da due vicepresidenti e da due segretari, e’ eletto dai componenti la Commissione a scrutinio segreto. Per l’elezione del presidente e’ necessaria la maggioranza assoluta dei componenti la Commissione; se nessuno riporta tale maggioranza si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggiore numero di voti. In caso di parita’ di voti e’ proclamato eletto o entra in ballottaggio il piu’anziano di eta’.
5. Per l’elezione, rispettivamente, dei due vicepresidenti e dei due segretari, ciascun componente la Commissione scrive sulla propria scheda un solo nome. Sono eletti coloro che hanno ottenuto il maggior numero di voti. In caso di parita’ di voti si procede ai sensi del comma 4.
6. Le disposizioni di cui ai commi 4 e 5 si applicano anche per le elezioni suppletive.
Art. 3.
Testimonianze
1. Ferme le competenze dell’autorita’ giudiziaria, per le audizioni a testimonianza davanti alla Commissione si applicano le disposizioni previste dagli articoli da 366 a 372 del codice penale.
Art. 4.
Acquisizione di atti e documenti
1. La Commissione puo’ ottenere copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorita’ giudiziaria altri organi inquirenti, nonche’ copie di atti e documenti relativi a indagini e inchieste parlamentari, anche se coperti dal segreto. In tale ultimo caso la Commissione garantisce il mantenimento del regime di segretezza. L’autorita’ giudiziaria provvede tempestivamente e puo’ ritardare la trasmissione di copia di atti e documenti richiesti con decreto motivato solo per ragioni di natura istruttoria. Il decreto ha efficacia per sei mesi e puo’ essere rinnovato. Quando tali ragioni vengono meno, l’autorita’ giudiziaria provvede senza ritardo a trasmettere quanto richiesto. Il decreto non puo’ essere rinnovato o avere efficacia oltre la chiusura delle indagini preliminari.
2. La Commissione stabilisce quali atti e documenti non devono essere divulgati, anche in relazione ad esigenze attinenti ad altre istruttorie o inchieste in corso. Devono in ogni caso essere coperti dal segreto gli atti e i documenti attinenti a procedimenti giudiziari nella fase delle indagini preliminari.
3. Il segreto funzionale riguardante atti e documenti acquisiti dalla Commissione in riferimento ai reati di cui agli articoli 416 e 416-bis del codice penale non puo’ essere opposto ad altre Commissioni parlamentari di inchiesta.
Art. 5.
Obbligo del segreto
1. I componenti la Commissione, il personale addetto alla stessa e ogni altra persona che collabora con la Commissione o compie concorre a compiere atti di inchiesta, oppure ne viene a conoscenza per ragioni di ufficio o di servizio, sono obbligati al segreto per tutto quanto riguarda gli atti e i documenti di cui all’articolo 4, comma 2.
2. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, la violazione del segreto e’ punita ai sensi dell’articolo 326 del codice penale.
3. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, le pene di cui al comma 2 si applicano a chiunque diffonda in tutto o in parte, anche per riassunto o informazione, atti o documenti del procedimento di inchiesta dei quali sia stata vietata la divulgazione.
Art. 6.
Organizzazione interna
1. L’attivita’ e il funzionamento della Commissione sono disciplinati da un regolamento interno approvato dalla Commissione stessa prima dell’inizio dei lavori. Ciascun componente puo’ proporre la modifica delle norme regolamentari.
2. La Commissione puo’ organizzare i propri lavori anche attraverso uno o piu’ comitati, costituiti secondo il regolamento di cui al comma 1.
3. Tutte le volte che lo ritenga opportuno, la Commissione puo’ riunirsi in seduta segreta.
4. La Commissione si avvale dell’opera di agenti e di ufficiali di polizia giudiziaria e puo’ avvalersi di tutte le collaborazioni, che ritenga necessarie, di soggetti interni ed esterni all’amministrazione dello Stato autorizzati, ove occorra e con il loro consenso, dagli organi a cio’ deputati e dai Ministeri competenti.
5. Per l’espletamento delle sue funzioni la Commissione fruisce di personale, locali e strumenti operativi messi a disposizione dai Presidenti delle Camere, d’intesa tra loro.
6. Le spese per il funzionamento della Commissione sono stabilite nel limite massimo di 75.000 euro per l’anno 2008 e di 150.000 euro per ciascuno degli anni successivi e sono poste per meta’ a carico del bilancio interno del Senato della Repubblica e per meta’ a carico del bilancio interno della Camera dei deputati.
7. La Commissione cura l’informatizzazione dei documenti acquisiti e prodotti nel corso dell’attivita’ propria e delle analoghe Commissioni precedenti.

mercoledì 20 maggio 2009

Caso Mills - Stralci da una Sentenza di condanna per corruzione in atti giudiziari

(...)
Il fatto che Mills conoscesse perfettamente, in particolare, che Century One e Universal One erano di Marina e Pier Silvio Berlusconi, e che ogni decisione in ordine a tali società poteva esser presa solo da Silvio Berlusconi e dalle persone dal medesimo delegate risulta altrettanto incontrovertibilmente dalle prove assunte ed esposte nel capitolo 2.2) i beneficiari economici di Century One e Universal One e i rapporti di Paolo del Bue con la famiglia Berlusconi
(...)
Da tutti i predetti elementi emerge con chiarezza che le deposizioni di Mills nei procedimenti n. 1612/96 e 3510+3511/96 erano state quanto meno reticenti.
Nel primo, “Guardia di Finanza”, è stato accertato, in maniera definitiva il fatto storico di cui lì si
trattava: che cioè la Guardia di Finanza era stata corrotta e che le somme erano state pagate affinché
non venissero svolte approfondite indagini in ordine alle società del Gruppo Fininvest e non ne
emergesse la reale proprietà, e che l’azione era stata commessa al fine di eludere le disposizioni
della legge Mammì in tema di concentrazione di mezzi di diffusione di massa.
(...)
In esito a tre gradi di giudizio, non sono stati ritenuti sufficienti gli indizi del collegamento diretto fra i funzionari corrotti e Silvio Berlusconi, collegamento invece definitivamente provato rispetto ad altro dirigente di Fininvest, Salvatore Sciascia, responsabile del servizio centrale fiscale della società, condannato con sentenza irrevocabile.
Nel secondo, “All Iberian”, i fatti relativi all’illecito finanziamento a Bettino Craxi da parte di Fininvest tramite All Iberian sono definitivamente provati, visto che la sentenza di primo grado, di condanna dei vertici della società e fra essi di Silvio Berlusconi, non è stata riformata nel merito, ma per intervenuta prescrizione.
All Iberian e le società offshore collegate erano state costituite su iniziativa del Gruppo Fininvest;
All Iberian era stata utilizzata quale tesoreria delle altre offshore inglesi costituite per conto del medesimo Gruppo e dallo stesso finanziate tramite Principal Finance.
La massa di prove poste alla base del giudizio era imponente, ed esse erano state offerte anche da Mills, che però aveva eluso le domande relative alla proprietà delle società offshore, in particolare Century One e Universal One, né aveva prodotto documentazione specifica sul punto.
(...)
Il fulcro della reticenza di David Mills, in ciascuna delle sue deposizioni, sta nel fatto che egli aveva ricondotto solo genericamente a Fininvest, e non alla persona di Silvio Berlusconi, la proprietà delle società offshore, in tal modo favorendolo in quanto imputato in quei procedimenti.
È risultato in questo dibattimento che la condotta di Mills era dettata appunto dalla necessità di distanziare la persona di Silvio Berlusconi da tali società, al fine di eludere il fisco e la normativa anticoncentrazione, consentendo anche, in tal modo, il mantenimento della proprietà di ingenti profitti illecitamente conseguiti all’estero, la destinazione di una parte degli stessi a Marina e Pier Silvio Berlusconi.
(...)Dopo molte e pesanti discussioni, Mills si trovava costretto a suddividere l’intero importo (diventato di circa 4 miliardi di lire, dopo il pagamento delle tasse e la destinazione rimasta ignota di altri 4 miliardi e settecento milioni) con i suoi soci, che però (dopo che già egli ne aveva disposto in piccola parte per proprie spese personali) ne pretendevano il deposito su un conto vincolato, prudenzialmente, per poterlo rendere immediatamente disponibile in caso di rivendicazioni, eventualmente anche dell’Autorità giudiziaria italiana. L’accordo veniva sottoscritto il 27 novembre 1996.
(...)
Contemporaneamente, fra il 1995 e il 1996, le indagini della Procura della Repubblica di Milano
portavano all’emissione di provvedimenti restrittivi anche a carico di dirigenti Fininvest. Mills
restava in contatto con uno di loro, Giorgio Vanoni, durante la sua latitanza, e da questi riceveva
indicazioni per la riuscita del progetto – da lui stesso ideato e realizzato – della registrazione delle
società in Inghilterra e la contestuale attribuzione a Mills del dividendo, che non poteva rientrare
in Italia nella disponibilità del suo effettivo proprietario (sarebbe emersa fra l’altro, l’avvenuta
violazione della legge Mammì).
Nello stesso periodo Mills contribuiva all’occultamento dei documenti delle società offshore.
L’anno dopo, fra la fine del 1997 e l’inizio del 1998, egli rendeva le sue reticenti ed elusive
deposizioni testimoniali.
In quel momento dunque Mills era già stato gratificato di una ingentissima somma, che però non era
fin dall’origine certo potesse restare nella sua disponibilità.
(...)
In sostanza: l’importo di quasi sei miliardi di lire sarebbe potuto restare nella disponibilità di Mills a condizione che la giustizia italiana non lo bloccasse, quale illecito profitto da sequestrare.
Questa la promessa di colui che Mills ha dichiarato essere il reale, originario proprietario della somma, Silvio Berlusconi. Soggetto che era comunque certamente l’interessato al buon esito dei procedimenti; che era ed è al vertice del Gruppo di cui le società offshore facevano parte; alla cui volontà era subordinata qualsiasi decisione quanto a Century One e Universal One; in nome e per conto del quale agivano tutti i dirigenti Fininvest con cui Mills entrava in contatto e collaborava; il cui consenso esplicito, infine, aveva consentito il passaggio del dividendo nella disponibilità di Mills.
L’esito dei procedimenti italiani dipendeva anche dalle testimonianze di Mills. Ed esso, allora, interessava anche Mills direttamente, non solo il suo dante causa: rendendo deposizioni che, quanto meno, potessero limitare i danni che le inchieste di quegli anni stavano cagionando, egli contemporaneamente perseguiva anche il proprio fine illecito: perché, come si è scritto ed è chiaro, un eventuale sequestro da parte della A.G. avrebbe costituito a quel punto una perdita secca anche per lui.
Allo stesso tempo, era evidentemente necessario per tutti che la somma non fosse facilmente rintracciabile: le modalità di investimento dei patrimoni dei clienti da parte dell’avvocato d’affari, quali descritte in precedenza analizzando le consulenze, costituivano sufficiente garanzia sul punto.
Era infatti difficile ipotizzare, fin dall’origine, che sarebbe diventata necessaria – pena il disvelamento di tutta la vicenda all’Autorità giudiziaria inglese – la suddivisione con i soci di studio (che nel proprio interesse interpretavano la dazione quale pagamento di attività professionale), e la sua conseguente rintracciabilità. L’attribuzione agli stessi delle somme di loro spettanza nel 1999, anticipatamente rispetto alla data prevista, sortiva così l’effetto di rendere possibile la commistione della rilevante quota spettante a Mills con altri capitali (fatto puntualmente avvenuto, come risulta, ancora una volta, dall’analisi delle consulenze), fino alla sua emersione ed al suo ingresso nel patrimonio dell’imputato nel marzo 2000 (circostanza, anche questa, documentalmente provata).
Il c.d. regalo pervenuto a Mills altro non è stato che la dazione di una somma in cui si fondono una parte di quanto pattuito sotto condizione anni prima ed una parte di quanto promessogli in sostituzione della quota prelevata dai soci, e per i suoi ulteriori disagi.

È stata una compensazione e un riconoscimento dell’osservanza, da parte sua, dell’accordo.
L’artificiosa, tanto opaca quanto raffinata, modalità di trasferimento della somma di 600.000 dollari
ai conti di Mills, la “roundabout way” dichiarata da Mills e scoperta dalle consulenze, di per sé indicativa della illiceità della complessiva operazione, ha comportato un lungo viaggio nel tempo e negli spazi di volta in volta creati nei contenitori finanziari (che in questo processo sono stati chiamati “brocche” o scatoloni, che potrebbero comunque definirsi centrifughe di lavatrici) prima di arrivare al corrotto nel marzo 2000, come si è già scritto al termine dell’esame delle consulenze.
Verificata come completamente priva di riscontri, senso, ragione e fondamento la costruita “tesi Attanasio”, in base all’analisi delle consulenze e alle deposizioni testimoniali; disegnato e fondato rigorosamente sulle prove certe raccolte, documentali ancor più che orali, il retroscena ed il contesto della dazione di 600.000 dollari, risulta definitivamente chiaro che l’imputato aveva ragione.
Quanto qui accertato, come si è scritto in precedenza, trova infatti riscontro nelle dichiarazioni di David Mills, rese in forma orale e scritta, ai propri consulenti, all’Autorità fiscale inglese,all’Autorità giudiziaria italiana, fra il 2 febbraio (data di “Dear Bob”) e il 18 ottobre 2004 (ultima esternazione di Mills, tramite la propria consulente, allo SCO).
Ed altri, successivi riscontri della perdurante relazione economica fra Mills e Fininvest sono in atti:
si tratta del fatto che, quanto meno fino alla data dell’intervenuto accordo fiscale del settembre 2005
– a quanto qui consta, nulla essendo documentato per il periodo successivo – Fininvest, e per essa chi era legittimato a decidere, ha continuato a fornire somme di danaro (per un ammontare complessivo di circa 100.000 sterline) a David Mills, al dichiarato fine di pagare ogni spesa connessa con i procedimenti penali italiani in corso. Così egli ha dichiarato, così ha scritto quale motivazione dell’accredito, così ha riscontrato Inland Revenue, e la somma è compresa nell’accordo fiscale raggiunto.
I fatti così come contestati sono dunque provati.